- sabato, 28 giugno 2008 - oh-oh-oh »

non sono Babbo Natale, teste di cazzo...

che poi Babbo Natale mi sta sui coglioni...

con quella sua aria da saccente, giudica chi è stato bravo e chi è stato cattivo...

e i punti di vista?..

che poi Babbo Natale dovrebbe essere verde, in realtà...

e invece è rosso...

e non perché ha abbracciato le tesi comuniste...

ma perché è stato pagato dalla Coca-Cola, il cui logo è rosso, per farsi fare da sponsor...

immagino, in un futuro non troppo lontano, il Colosseo colorato interamente con il logo, immenso, della Coca-Cola...

all'interno di esso, invece, un grandissimo centro commerciale, perché così le masse potranno unire al piacere di acquistare, la massima gratificazione, il piacere della conoscenza storica: "qui venivano massacrati i cristiani"...

e, a più di duemila anni di distanza, altre persone verranno smembrate all'interno del Colosseo...

questa volta non dai gladiatori o dagli animali...

questa volta non fisicamente...

ma psicologicamente...

dalle industrie del benessere acquistabile in comode rate...


Alealè!!!

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- sabato, 29 dicembre 2007 - Terry Gilliam - Una Retrospettiva »

            Cogliere la vita nei suoi aspetti multiformi non è impresa facile. Sia essa analizzata in un saggio filosofico o sociologico piuttosto che in un’opera d’arte come può esserlo un romanzo o un dipinto. O un film.

            Ogni opera di Terry Gilliam è una sfida nei confronti delle troppe lacune che dagli albori del tempo hanno mosso l’animo umano alla ricerca della verità. Una verità vacua e sfuggevole, proprio per la sua natura frammentaria. Ed i film di Gilliam rappresentano in maniera maniacale la natura frammentaria dell’esistenza.

In qualsiasi suo lavoro gli aspetti più disparati dell’esistenza convivono e coesistono in un unicum. Non c’è una realtà fissa. Una realtà come quella percepita nella vita che, di fatto, è solo uno dei tanti aspetti di ciò che ci contorna. E quello che Gilliam sembra voler comunicarci è proprio questo. La realtà è solo un punto di vista. Non vi è un approccio unico ad essa, perché aspetti visibili rimandano ad altri contesti che vengono metaforizzati e nascosti nei tanti stati che essa assume.

            E’ infatti per questo che in ogni opera del visionario regista, uniti nella stessa battaglia alla ricerca della verità (o forse solo in nome dell’analisi), troviamo dei ben definibili leitmotiv che accompagnano lo spettatore di film in film in una realtà distorta che, ossimoricamente, risulta più “vera” di quella che esso vive ogni giorno.

           

Su queste basi si può affermare che il cinema di Gilliam è:

 

Eccessivo

 

            Fin dai primi lavori con i Monty Python, Gilliam si mostra legato alla tematica dell’eccesso. I personaggi dei suoi film sono caricature delle classi sociali reali. Ne vengono esaltati i modi di essere, nel bene e nel male, grazie ad una recitazione sulle righe. Sono personaggi al limite della sanità mentale, per quello che può percepire una persona “normale”. Un attentato terroristico in un ristorante di lusso viene “bloccato” con un separè mentre i clienti di alto rango continuano il loro pasto con tutta tranquillità tra i superstiti morenti (“Brazil”).

Non è solo nella recitazione degli attori che si visualizza l’eccesso di Terry Gilliam. Un altro modo di attuarlo è tramite l’inserimento di elementi estranei al contesto. Così, un Palestinese del 33 d.C., cadendo da un palazzo, si ritrova coinvolto in un inseguimento alieno dentro un’astronave tra gli spazi siderali, solo per poi ripiombare, all’interno dell’astronave colpita, nello stesso punto di prima (“Life Of Brian”).

L’eccesso giocato si trasforma in eccesso diretto con “Paura E Delirio A Las Vegas”, dove sono le droghe a portarlo in scena, oppure ne “Le Avventure Del Barone Di Munchausen”, tramite i racconti “di vita” del protagonista.

            L’eccesso di Gilliam ha una duplice valenza: se da un lato serve a sdrammatizzare su eventi anche drammatici, giocandoci su, dall’altro è un mezzo per far emergere tante piccole cose che vengono minimizzate nella quotidianità.

 

Dissacrante

 

            Alla pari dell’eccesso, il sarcasmo viene usato da Gilliam come un’arma per colpire aspetti della realtà che altrimenti risulterebbe faticoso attaccare. Un esempio su tutti è la “sfida” di due commercianti (in “Jabberwocky”) che sul tragitto verso una riunione frustano più forte i portantini, impegnati nel trasporto della sedia gestatoria, per essere l’uno davanti all’altro. Una metafora di come i potenti, per essere avanti agli altri, anche ai propri simili, sfruttino i subordinati. E la critica si accende ulteriormente quando un ecclesiastico li sorpassa e, nel troppo frustare, in una curva è scaraventato a terra.

            L’apice lo si raggiunge nella scena in cui compare Dio in persona di fronte ai cavalieri della tavola rotonda in “Monty Python And The Holy Grail”. Un Dio umanizzato nell’aspetto e nei modi. Burbero e insofferente verso il proselitismo umano mosso dalla paura per esso.

            Dio fa la sua comparsa anche ne “I Banditi Del Tempo”, qui rivisitato in varie immagini, dalla enorme testa volante che incute timore con il suo incalzare e la voce tonante fino alla sua vera essenza: un uomo di mezza età in vestito borghese e molto sicuro di sé sul da farsi e nel dare ordini.

            Il sarcasmo di Gilliam non è fine a sé stesso. Non è una presa di posizione sterile per strappare qualche futile risata. E’, come da satira, un modo per far luce su aspetti profondi in maniera ironica. E’ un modo ludico, bambinesco, di imparare. O reimparare. Tramite il sorriso. A volte amaro. Molte volte amaro.

 

Metaforico

 

            La metafora è forse, paradossalmente, l’elemento meno rappresentativo di Gilliam. Sebbene i suoi film siano visionari ed allucinati sono al contempo diretti. Perché quello che fa Gilliam non è metaforizzare il reale, ma portare la metafora, che è già insita nella vita quotidiana, alla luce. In questo senso è un cinema psicanalitico: i deliri di Parry, con le sue allucinazioni, sono la metafora del suo trauma (“La Leggenda Del Re Pescatore”); le teste di bambola di Jeliza-Rose (“Tideland”) rappresentano gli stadi della sua psiche. E così via.

            Ma la metafora sa fare capolino anche nella sua veste classica, come rimando ad altro: il Jabberwocky dell’omonimo film rappresenta le paure che i potenti iniettano nel popolo per riuscire a manipolarlo, le situazioni eccessive di “Brazil” rappresentano il mondo contemporaneo (chirurgia plastica, burocrazia, terrorismo).

            E, a metà fra queste due visioni, la metafora vissuta, ma altrettanto lontana dal reale (o forse non vissuta e altrettanto vicina al reale), delle visioni lisergiche provocate dall’assunzione di droghe allucinogene in “Paura E Delirio A Las Vegas”.

           

Onirico

 

            Strettamente legato al mondo della metafora è il mondo del sogno. Il sogno di per sé è metafora della realtà. E’ l’azione della psiche che concettualizza il vissuto, il contenuto latente, secondo immagini che rimandano ad altro. Immagini che lo nascondono e lo confondono nel contenuto manifesto, il sogno in quanto tale.

            L’esempio più lampante della dimensione onirica nel cinema di Gilliam sono i ricorrenti sogni di Sam, protagonista del suo capolavoro assoluto: “Brazil”. Sam usa il sogno come fuga dal mondo reale. Un mondo che non riesce ad accettare. E sogna di volare. Ma il sogno si trasforma facilmente in incubo. O, meglio, il sogno già è un incubo, forgiato da una realtà dalla quale, tramite esso, si cerca di fuggire. Il volo di Sam è impedito dal suo datore di lavoro che, trasformato in pavimento, lo tira verso il basso. Gli impedisce di raggiungere il feticcio del suo desiderio (la lotta tra Coscienza Morale ed Es). Ad impedire la fuga non è solo il suo superiore. Fanno capolino nei suoi sogni palazzi a sbarrargli il passo ed orde di esseri deformi con spaventosi volti da bambino. Un’infanzia interrotta. Fino al mostro finale: un enorme Samurai. Che Sam riesce a sconfiggere. Fino alla verità suprema. Svelandone il volto, Sam vede nel suo più acerrimo nemico sé stesso. Gilliam, in questo caso, gioca con le parole. La parola “samurai”, se scomposta, diviene “Sam u’r ai”. Leggendola all’inglese diventa “Sam you’re I”: “Sam tu sei io”. I nostri veri nemici siamo noi stessi.

            Immagini e suoni al rallenty filtrati, come un vecchio ricordo sbiadito, decretano la fase onirica ne “L’Esercito Delle Dodici Scimmie”. Gilliam dimostra ancora una volta di essere a suo agio nel mondo onirico. Dimostra di conoscerlo e sapere come esso si districa nei meandri della psiche. Dimostra di sapere bene, freddamente, come gli eventi reali modificano quelli dei sogni. Di come il sogno diventi reale e come il reale crei esso. Il sogno ricorrente di Cole ha sempre la stessa base. Sono i particolari di esso che cambiano nel tempo. Sogno premonitore? Ricordi distorti e alterati dal vissuto presente? Solo fantasia? Gilliam gioca ancora una volta in modo psicanalitico, questa volta per complicare lo scioglimento degli eventi fino allo svelarsi della verità nel finale. Un finale già vissuto. E’ l’eterno ritorno. Sono Nietzsche e Freud che colloquiano.

 

Folle

 

            Il cinema di Gilliam è zuppo di figure folli. Già abbiamo accennato a questo parlando di come i suoi personaggi risultino eccessivi nei loro aspetti. Personaggi schizoidi, senza ritegno, senza pudore e menefreghisti, scorbutici non per difetto ma per natura, esaltati.

            Sono personaggi in un certo senso puri (vedi Dickens in “Tideland”). Lasciano scorrere i loro pensieri liberamente, senza remore morali. E’ l’annullamento delle tensioni sociali che bloccano gli impulsi più profondi dell’animo umano.

            La follia fa capolino nelle sue opere in due modi differenti: uno totale (nei film più tipicamente surreali), dove va a “contagiare” tutti i personaggi sullo schermo, e un altro parziale, quando essa è delegata a figure ben precise.

            Della seconda schiera fanno parte opere come “La Leggenda Del Re Pescatore”, “L’Esercito Delle Dodici Scimmie” e “Paura E Delirio A Las Vegas”. I lavori con i Monty Phyton, “Jabberwocky” e “Brazil” vanno invece inseriti tra i lavori prettamente surreali, dove la follia è padrona. I titoli rimanenti si collocano a metà strada tra queste due visioni.

            Quello che sembra voler comunicare Gilliam è che la follia non è un aspetto estraneo o distorto della vita ma una sua peculiarità che troppe volte è estromessa da ogni contesto in favore di una “sana normalità”. I personaggi di Gilliam, per quanto atipici, per quanto pazzi, hanno le loro ragioni. Sono dei giusti. Forse più giusti di coloro che risultano “normali”.

            Parry ha una missione da compiere, sebbene sia mossa dalla sua pazzia. Jefferey è internato in un manicomio, ma le cose che dice sono di una lucidità unica. Il Barone di Munchausen non distingue più la realtà dall’immaginario, ma rappresenta l’ultimo baluardo della libertà di pensiero in un mondo che costringe gli esseri umani alla lucidità del pensiero positivo. E della guerra.

            E la follia sembra essere l’unica via per la felicità. Una fuga dalla follia del mondo che ci circonda a favore di una follia propria, personale. La non accettazione degli eventi esterni e la ricreazione di essi a proprio piacere (“Brazil”).

 

Violento

 

            La violenza è strettamente legata al concetto di “dolore”. Il dolore è legato al concetto di morte. Se la morte è dolore il sentire dolore è l’avvicinarsi della morte. La violenza è, quindi, la sentinella d’allarme che ci fa sentire vivi e ci dà modo di sopravvivere. Tramite la violenza razionalizziamo la nostra condizione dell’essere vivi e sfuggiamo alla morte.

            I film di Gilliam sono colmi di violenza. E, come per la follia, anche essa fa capolino in due maniere differenti: una ludica ed una diretta.

            La variante ludica del discorso “violenza” è ancora una volta usata in maniera giocata, per ironizzare su un aspetto della vita cui nessuno vorrebbe venir incontro. E’ un modo satirico per esorcizzare la paura di violenza. In questo Gilliam può essere annoverato come il precursore dello Splatstick (o Splatterstick). Fin dai lavori con i Monty Python introduce elementi di efferata cruenza come arti tagliati e smembramenti vari (vedi anche “Jabberwocky”).

            L’uso più sublime dell’elemento violenza lo si ha in “La Leggenda Del Re Pescatore”. Il film è di sicuro il meno violento dell’opera di Gilliam. Eppure, nella leggerezza delle immagini del film, un film romantico, se si vuole, a fare da contrappunto arriva una delle immagini più truci della storia del cinema. E fa capolino in tutto il suo terrore. Questa volta è un dolore reale, non ludico, ma sputato in faccia, proprio come accade nella vita: quando meno te lo aspetti. E’ una violenza che fa riflettere lo spettatore, ponendolo di fronte all’atto e facendogli percepire, empaticamente, i dolori dei protagonisti, in modo che possa immedesimarsi in essi e capire quanto essa, la violenza, sia sbagliata. Una violenza istruttiva.

 

Critico

 

            Ogni opera di Gilliam è una critica verso un determinato atteggiamento o canone sociale:

 

Monty Python E Il Sacro Graal”: critica al sistema economico e gerarchico, alla politica dei sindacati, al sistema di tassazione, tutto inscenato in un delirio medievale;

 

Jabberwocky”: critica al potere costituito ed a come esso instaura paure nel popolo per poterlo controllare e manipolare a proprio piacere. Lo stile è ancora quello dei Monty Phyton. Irreale, sulle righe e pieno di figure esaltate per sbeffeggiare chiunque, dall’eroe (se di eroe si tratta) fino ai vati ed ai comprimari;

 

“I Banditi Del Tempo”: critica alla subordinazione verso la tecnologia ed alla ricerca di valori materiali a discapito di quelli metafisici. Lo stile evolve. Il film acquista un tocco di realismo diretto senza dimenticare la lezione all’eccesso. E’ il primo capitolo di una sorta di trilogia (definita da molti come la “Trilogia Dell’Immaginazione”) che continuerà con i seguenti due film;

 

Brazil”: critica al mondo moderno, all’eccesso di burocrazia, al culto dell’immagine, ai totalitarismi ed al modo in cui la società manipola il pensiero. Il tutto inscenato in una realtà distopica dalle rimembranze Orwelliane di “1984”. Il bambino de “I Banditi Del Tempo” è cresciuto, ma ancora vuole evadere da un mondo che non è fatto a propria misura. E la pazzia sembra l’unica via per la felicità;

 

Le Avventure Del Barone Di Münchausen”: critica al pensiero positivo e come esso non accetti tesi non scientifiche abnegando la fantasia. E’ qui un uomo anziano, il Barone di Münchausen del titolo, a continuare e concludere la “Trilogia Dell’Immaginazione”;

 

La Leggenda Del Re Pescatore”: critica ai media ed all’arrivismo sociale. Si fanno i conti con le proprie azioni, forse per coscienza, forse solo per redenzione autoimposta, quando si è persa la speranza e si spera in un Karma Istantaneo che sistemi tutto con una buona azione. E la pazzia sembra ancora l’unica via per la felicità;

 

L'Esercito Delle Dodici Scimmie”: critica agli esperimenti sugli animali ed a come la ricerca possa essere un’arma a doppio taglio. La realtà è vacua. Sono visioni o sono eventi fisici, empirici? E gli eventi si miscelano nel tempo e si stringono in un’impossibilità di riscrittura. Tutto è già stato scritto;

 

Paura E Delirio A Las Vegas”: critica alla società borghese. Le droghe alterano la percezione o è la vita ad essere una percezione distorta di una stato superiore delle cose? Un viaggio lisergico di sola andata, tra sogni e bad trip. Un viaggio che forse non è mai stato intrapreso;

 

I Fratelli Grimm”: critica al potere imposto. Benché Gilliam sia stato bloccato dalla produzione nelle sue scelte originali riesce a confezionare un titolo godibile dove la fantasia delle favole regna sovrana;

 

Tideland”: critica al mondo degli adulti ed alla disillusione. La scelta è fra droga e fantasia nella fuga dal mondo reale. Due modi, due approcci al malessere visti da altrettanti punti di vista: quello dell’adulto e quello del bambino.

 

            Dal punto di vista registico Terry Gilliam ha uno stile unico che ha fatto scuola. Le sue peculiarità vanno ricercate nell’uso ossessivo del grandangolo a 14 MM e nel modo di impostare le camere: sbilenche, ossessive, sincopate. Il senso di estraniazione, di follia, di irrealtà è così materializzato. I filtri, il rallenty, il movimento delle camere assumono una poetica unica nell’opera di Gilliam. Trasportano lo spettatore su un altro piano. Lo catapultano all’interno della psiche dei protagonisti. La psiche del regista mediata da quella dei protagonisti. Vedere un film di Gilliam è entrare a contatto con un nuovo modo di vedere le cose. E non se ne può uscire immutati.



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- venerdì, 19 ottobre 2007 - fanculo al titolo... »

mannaggia 'a maronna, mannaggia tutti i sandi, mannaggia 'u pataternu, mannaggia dio, mannaggia allah, mannaggia buddha, mannaggia siva...

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- sabato, 22 settembre 2007 - TOLLERANZA ZERO »

si... tolleranza zero...

ricomincio a scrivere qui con questa nuova attitudine...

se prima, quando avevo aperto il blog, volevo comunicare qualcosa di positivo, comunicare agli altri qualcosa, ora mi sono rotto il cazzo, perchè tanto è inutile...

sono disilluso, vedo tanto schifo e vedo che cambiare le cose, per quanto possa accadere, è difficile...

è un processo lungo e logorroico...

ah, un altra parola è "misantropia"...

ma "misantropia" e "tolleranza zero" derivano da qualcos'altro...

quello che vedo è solo ipocrisia...

vabbe', normale per l'essere umano...

già il suo cervello è ipocrita...

ragiona per metafore, più ipocrita di così...



P.S.

volevo precisare che nel post precedente, sebbene inizi parlando del 2001, continuo parlano del 1973...



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- martedì, 11 settembre 2007 - 11 SETTEMBRE »

Mi ricordo bene l’undici Settembre. Ero sotto la doccia quando il telefono aveva preso a squillare. “Che palle. Da qui non mi muovo.”. Nessun altro in casa per adempiere al compito di rispondere all’apparecchio telefonico. Avrei controllato chi fosse l’autore della chiamata una volta terminata la mia doccia rigenerante. Ero appena tornato da Roma, dove mi ero recato per iscrivermi all’università. Poco interessa sapere quale facoltà avevo scelto ed altre notizie tipo “a che punto sono con gli esami” e via discorrendo. Tutta la mattinata in viaggio e, appena arrivato, mi ero fiondato sotto un getto di acqua gelida in quella giornata così calda. Ancora bagnato ed in accappatoio, grondante di acqua che dai capelli bagnava buona parte del pavimento, avevo digitato sulla tastiera il numero 400, non prima di aver alzato la cornetta. Conoscevo quel numero a memoria. Uno dei mie più cari amici. Che subito mi apprestai a telefonare.

 

Io: “Ciao Pa’”

Pa’: “Hai visto che è successo?”

Io: “No, che è successo?”

Pa’: “Ma il telegiornale non lo guardi mai?”

Io: “Ma se so’ appena uscito dalla doccia e stamattina sono stato sul treno…”

Pa’: “E allora accendi la televisione”

Io: “Su che canale?”

Pa’: “Qualsiasi”.

 

“Dev’essere successo qualcosa di pesante se trasmettono a reti unificate” pensai.

 

 

Mi fa schifo pensare a questo mondo. Mi fa schifo pensare che esista la guerra per l’economia. Mi fa schifo pensare che l’economia significhi “potere” e non “scambio”. Mi fa schifo pensare che l’economia muova la politica e non il contrario. Mi fa schifo pensare che la gente si faccia manipolare a livello informativo. Mi fa schifo pensare che le gente non abbia un ruolo attivo. Mi fa schifo pensare al concetto di “razza”. Mi fa schifo le gente. Mi fa schifo che un paese venga attaccato. Mi fa schifo, ancora di più, che un paese democratico venga attaccato. Mi fa schifo il concetto di democrazia. Mi fa schifo l’ipocrisia che si nasconde dietro il concetto di democrazia. Mi fa schifo che un paese venga attaccato non sul suolo, ma dal cielo. Mi fa schifo che un paese che ha votato democraticamente il proprio leader venga attaccato dal cielo.

 

Ciò che è successo l’undici Settembre non è più eclatante di ciò che accade ogni giorno nel mondo: colpi di stato paramilitari appoggiati dalle grandi aziende per il dominio su una determinata zona; partiti antitetici che inscenano una falsa lotta democratica per la scalata ai parlamenti ma che, di fatto, di antitetico hanno ben poco; fantocci orrorifici piantati lì come capo espiatorio per secondi fini.

 

E la gente guarda. E commenta. E odia. E non capisce. E non capisce di non capire. E non sa perché. E fa schifo.

 

Meno male che ogni tanto qualche eccezione capita, come quel presidente democraticamente eletto, che in questo fottuto undici Settembre, mentre il suo paese veniva colpito dai cieli, invece di scappare, rimase, fino all’ultimo istante, nel palazzo presidenziale, rimanendo vittima materiale di quell’infimo attacco. Vittima materiale. Ma non vittima psicologica. Ha difeso i suoi ideali. Non è servito a niente. Ma chi se ne fotte.

 

Ciao Salvador.

 

 

“… e balla per la democrazia che scende a grappoli dai cieli sulle ali della libertà e dei bombardieri…”.



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- domenica, 17 dicembre 2006 - ciao a tutti... »

non creo scriverò più su questo blog...

non mi va di scrivere torrenti di parole per poi avere dei commenti futili...

chiunque senta la mia mancanza può leggere i miei articoli o contattarmi sul messenger, sempre disposto ad una chiacchierata o alla scambio di mio materiale...

miodiomiami@hotmail.com

http://lnx.whipart.it/html/nome.php?username=Giuseppe%20Galato

Bacini & Rock'n'Roll!!!



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- martedì, 11 luglio 2006 - Il pifferaio ha superato i cancelli dell'alba... »

ci ha lasciato Syd Barret, due giorni fa...

non voglio sprecare parole su questa stupenda persona, ascoltatevi "The Piper At The Gates Of Dawn" e sarà lui a parlarvi...

Bacini & Rock'n'Roll!!!



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- giovedì, 06 luglio 2006 - "... scarafaggi e divertimento..." »

ICTUSSEA

(capitolo II)

Quella sera, Chroma aveva chiesto ad Ictus se fosse disposto, il mattino seguente, ad accompagnarlo a scuola. Ictus non se la sentiva molto. Tanto più che c’era da svegliarsi presto. Non che fosse per pigrizia, ma la sera seguente ci sarebbe stato il concerto dei Muse e non gli andava proprio di vederlo da stanco. Inoltre, aveva anche addosso più di dodici ore di viaggio, oltre alle peregrinazioni varie all’interno di Milano. Chroma non se la prese assolutamente (o, almeno, così diede a vedere e, in questo caso, sarebbe un ottimo attore). Ictus si svegliò con tutta calma, probabilmente suscitando il fastidio del fratello di Chroma che, dopo aver passato la notte fuori, evidentemente non si aspettava di trovare da solo in casa un estraneo. L’arrivo di Chroma fù subitaneo a quello del fratello. Ictus cucinò qualcosa, si prepararono e si avviarono verso il Rolling Stone. Dovevano incontrarsi anche con un compagnop di classe di Chroma: Con-Science, col quale Ictus aveva scambiato qualche chattata tramite il messenger, sul net. L’arrivo sul posto ad un orario così anticipato non era dovuto alla voglia di accaparrarsi i posti in prima fila, tanto più che Ictus aveva già deciso di guardarlo tranquillamente dagli spalti, ma per trovare un bagarino “onesto” che avrebbe venduto a poco prezzo i biglietti ai tre. I prezzi di partenza non erano certo vantaggiosi. Settanta euro per un biglietto che al botteghino veniva pagato trentacinque. Che collera provava Ictus, soprattutto vedendo uno dei bagarini che girava con un mazzo immenso di biglietti. Logico che il concerto fosse sold-out da una vita!!! I bagarini creavano ansia nei fans sprovvisti di biglietto con il loro solito andirivieni nervoso. Ictus, dopo aver salutato Wingless, trovata per caso sul posto, ed altri membri del Musemuseum (un forum sui Muse) che conobbe per intercessione di Pennywise, un ragazzo elettrizzatissimo per il concerto che, seppure non avesse dormito tutta la notte, era tutto preso a presentarmi persone ed a presentarne altre ad altre ecc… (conosceva tutti!!!), si era messo anche lui ad andirivenire freneticamente tra i bagarini. Aveva pensato: “Così è? E mò ti faccio vedere che si prova!”. I bagarini, in effetti, erano spazientiti dal suo modo di fare. Intanto i prezzi calavano. Erano scesi a sessanta euri.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a Wingless. Wingless era una ragazza che abitava in un paese semi-limitrofo a quello di Ictus. Sebbene fossero vicini, i due si erano conosciuti sul forum dei Muse. Dopo aver varie volte chattato, Ictus aveva cominciato ad avere un rapporto morboso nei riguardi di questa ragazza. Non che fosse innamorato. E nemmeno che volesse provarci, solo per avere un’avventura. Ma si era legato in una maniera malata a lei. E’ anche vero che si erano conosciuti in un momento in cui Ictus si trovava in una condizione psichica particolare, con le difese abbassate, dubbi e paura. Probabile è che il suo attaccamento ad essa fosse dato dalla ricerca di sicurezze. Dalla ricerca di sicurezze da cercare in un estraneo, proprio per il freddo rapporto che si crea, a differenza di come lo può essere con amici, famigliari o persone che comunque senti più vicine e, quindi, ipocrite. Non nel senso cattivo, ma che, in ogni caso, ti guardano con occhi non obiettivi. O comunque poco obiettivi. Sta di fatto che fu breve il loro rapporto perché, resosene conto, l’aveva quasi del tutto abbandonata e dimenticata.

Ma ritorniamo allo spazio antistante il Rolling Stone. Girovagando alla ricerca di biglietti, i nostri vengono avvicinati da un venditore di magliette napoletano che gli offre l’ingresso al Rolling Stone senza biglietto ma tramite un’entrata di servizio, assicurando la sua amicizia con una guardia del corpo. Mica c’era tanto da fidarsi. Se lo sarebbero lasciato come ultima riserva. Intanto i cancelli venivano aperti. La massa confluiva all’interno tra spintoni e grida. Ictus ebbe un’idea. Disse: “Dai. A quaranta euro si può fare. Tanto, con la prevendita veniva trentasette.”. Ma i bagarini tenevano i prezzi ancora alti. Almeno a cinquanta. L’idea era di dare tutti i soldi in mano a Con-Science, nascondere il resto nelle tasche ed aprire il marsupio di Ictus mostrando solo pochi spiccioli e metterglieli in mano. Contrariamente alla faccia schifata del bagarino (che cazzo hai da dire, stronzo!!! Va’ zàppa!!!) i due ebbero il loro biglietto. Chroma non aveva intenzione di pagarlo quaranta euri. Li avrebbe aspettati fuori. All’interno, dopo un brave lasso di tempo (anzi, brevissimo) passato con i ragazzi del Musemuseum, che erano nello stage, i due si diressero verso la parte alta, per guardare bene il gruppo suonare. Il concerto fu meraviglioso. Meglio delle altre due volte che Ictus aveva visto i Muse. Il locale concedeva una visuale migliore rispetto ad un palazzotto dello sport. Era più piccolo. Più raccolto. Più intimo. Anche se era rimasto un po’ deluso dalla durata minima del concerto, dalla non esecuzione di alcun brano del primo loro album, il preferito di Ictus, “Showbiz”, e la non esecuzione di uno dei loro migliori brani in assoluto, “Citizen Erased”, o anche “Dead Star”, volendo.

A concerto finito anche Chroma era all’interno, entrato in ritardo e pagando il biglietto quindici euri!!! I due meneghini portarono Ictus in un luogo di perdizione da tanti anni ignorato da esso. Un luogo meschino. Un luogo dove il male viene fatto passare per bene. Tu stai lì dentro. Ti sembra che tutto sia buono. Tutto sia perfetto. Un paradiso in terra. E invece, nascosto da quella patina, c’è del marcio. Oltre al male che può fare proprio a livello fisico a chi ne entra a contatto, c’è tanto altro male che porta a terzi. Perché è un luogo che si erge sullo sfruttamento delle persone. Facciamo così. Immaginate voi dove abbiano potuto portare il povero Ictus.

Tornando a casa, dopo aver preso una botta fortissima sulla coscia, all’altezza delle palle, meno male che qualche cm più in là, per guardare uno stronzo che cambiava la ruota all’auto e, nel caso ci fosse stato bisogno, aiutarlo, Ictus si era messo a giocare con gli scarafaggi che la notte rianimano le vie di Milano. A Chroma facevano schifo. Ma come può fare schifo un animale più antico dei dinosauri? Un animale con una conformazione così stupenda. Un animale senza il quale saremmo riempiti di rifiuti. Un animale che, parafrasato, dà il nome alla più grande band dell’universo.

Bacini & Rock'n'Roll!!!

 



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- martedì, 27 giugno 2006 - "... chi dimentica, ora lo sai, non è stato mai..."... »

ICTUSSEA

(appendice al capitolo I)


Come aveva potuto dimenticarlo? Non se ne faceva capace. Eppure, l’aveva raccontato a tutti. Ed ora sembrava svanito. Solo in quell’attimo. Sta di fatto che, durante il viaggio, no aveva molta voglia di leggere, come faceva di solito. Alla sosta a Roma Termini si era messo a guardare fuori dal finestrino. Forse per vedere se ci fosse qualcuno che conoscesse. Forse solo per curiosità. Del resto, Roma, per quanto odiata da Ictus, era un pezzo della sua vita. Tre anni aveva vissuto nella Città Eterna. Tre anni che lo avevano cambiato di molto. Non ci interessa se in bene o in male. Del resto, il bene ed il male, come tanta altre cose, forse tutto, sono solo punti di vista. Eccolo divagare. Il solito. Logorroico. Ma per Ictus i particolari erano importanti. Come le particelle elementari. Gli atomi. Così piccoli rispetto noi ma così importanti per creare noi stessi. Insomma, per Ictus non si poteva riassumere nulla, perché anche i micro-concetti, connessi a qualsiasi discorso, erano importanti quanto il dove si vuole andare a parare con quel discorso.

Dicevamo: Ictus stava guardando fuori dal finestrino. La gente, con passo veloce, si allontanava o si avvicinava dal treno, in base alla necessità di abbandonarlo per recarsi all’uscita della stazione (questo implicava fossero appena scesi dalle loro carrozze) o salire su esso per andare da Roma verso luoghi posti più a Nord della capitale. Tra al miriade di persone, tutte elettrizzate (Ictus non aveva mai capito perché tutta quella foga, soprattutto in città, soprattutto al Nord), Ictus aveva riconosciuto in un uomo al cellulare e con uno zainetto una personalità semi-conosciuta: tale Rocco Barbaro. Ma non ne era sicuro fosse lui. Tante e tante volte aveva vissuto meschine figure (per chi crede siano meschine. A lui sfotteva un cazzo) credendo di conoscere qualcuno ed avvicinandolo. Ictus, da sempre stato un personaggio timido, con forti problemi di rapporti interpersonali (effettivamente, da piccolo era diverso. Questa indole l’aveva sviluppata durante la pre-adolescenza ed irrigidita durante l’adolescenza, probabilmente per tanti atteggiamenti riscontrati nelle persone che gli erano vicine. Anzi, sicuramente. Siamo quello che è intorno a noi), da un po’ di tempo l’aveva messa da parte (non del tutto, ma quasi). Non sapeva se fosse ritornato ad una fase infantile o fosse solo evoluto. Non sapeva se era stata l’esperienza a farlo cambiare di nuovo o gli psicofarmaci. Probabilmente erano una concausa. Nulla è distaccato dal complesso. Dal tutto. Così, da poco partito da Roma, aveva cominciato a scorrazzare per le carrozze per dare forma a quella sua visione. Per accertarsi che quell’individuo fosse davvero il comico calabrese trapiantato a Milano o solo una persona assomigliante ad esso. O magari una allucinazione.

“Eccolo...”, si era detto. L’aveva trovato. Era da solo. L’unico nel vagone ristorante (del resto, erano ancora solo le 12 e pochi minuti. O forse mancavano pochi minuti alle 12. Poco importa.). Passandogli di lato e facendo finta di nulla gli buttò uno sguardo addosso e comincio un gioco di sguardi, per rompere il ghiaccio, tra esso e le due cameriere che si apprestavano a servire Rocco. Ictus, per far capire a Rocco di averlo riconosciuto, comincio a muovere lo sguardo dal volto di esso a quello delle cameriere rivolgendosi ad esse così: “E’ lui o non è lui? E’ lui o non è lui?”. A quel punto Rocco aveva capito che Ictus aveva capito. Ad Ictus questo bastava. Aveva sempre pensato che, in caso di fama, non ci sia cosa più bella dell'essere riconosciuto e stimato. Non soldi e successo becero ma ammirazione spassionata, senza interesse. Ictus si congedò con un gesto tipico di uno dei tanti personaggi di Rocco che a lui piaceva molto, presentato anni prima a “Bulldozer”. Comprò una bottiglietta d’acqua e tornò a sedere. Non voleva disturbarlo più di tanto (Ictus poteva diventare molto insolente e, come sopra, logorroico, se iniziava una conversazione. Con chiunque. Anche che non conoscesse o che non fosse “una persona qualsiasi”, come lo può essere un personaggio dello spettacolo. Faceva così ogni volta con Nando, dei 24 Grana. Con Davide, Enrico e Luca dei Tre Allegri Ragazzi Morti (Luca non era certo da meno, però!!!). Insomma, probabilmente anche Rocco aveva i cazzi suoi a cui pensare!!!).

Tornato al posto, dopo un po’ di tempo (probabilmente all’altezza di Firenze), Ictus era stato colpito dall’impellenza di dare sfogo ai propri bisogni fisiologici. Recandosi al vespasiano aveva rincontrato Rocco, che lo aveva salutato. Così, al ritorno, aveva ben pensato di fermarcisi a parlare. E così, fino a Milano, avevano parlato e parlato, soprattutto di temi sociali, di come i “potenti” ci controllano, dello schifo dello show business, di storia, delle generazioni, di musica (avevano anche cantato l’uno per l’altro canzoni che non conoscevano) e di tanto altro. Rocco aveva anche insistito nel dare ad Ictus il proprio numero di telefono.

Scesi insieme dal treno, Ictus aveva voglia di presentare Rocco a Chroma, che non lo riconobbe. Pensava fosse un barbone!!! Forse un po’ lo è. Cittadino del mondo. Un grande.

Bacini & Rock'n'Roll!!!

Posted by IctusCAZZO at 12:25 - commenti (16) - link



- sabato, 24 giugno 2006 - "... il guerriero è vivo ed è tornato..."... »

per prima cosa, chi mi indovina la citazione è un grande...
seconda cosa, mi scuso con tutti per non aver scritto ma, soprattutto, per non aver letto i vostri blog...
io vado a periodi...:P
nel caso ci fosse qualche post in particolare che secondo voi sia da leggere, segnalatemelo!!!
sono di ritorno da una ventina di giorni di peregrinazione e, visto che non ho più intenzione di parlare di argomenti troppo complessi, causa il poco seguito, ho deciso di raccontarvi una storia...

ICTUSSEA
(capitolo I)

 

Era tanto tempo. Ne era passato davvero troppo. Anche se, effettivamente, se si accetta l’idea di infinito, il tempo che scorre non è mai troppo o troppo poco. Ma per la sua breve vita, vero metro in questo caso, la frase di cui sopra cadeva a pennello. Era tempo di smetterla di viaggiare ma di spostarsi. Non che gli interessasse. Ma gli eventi che di lì a pochi giorni si sarebbero susseguiti lo portavano a voler muoversi. I Muse di certo non poteva perderseli. Tanto meno se il concerto veniva fatto in un luogo intimo come il Rolling Stone. Ad Ictus non piaceva il bordello, il casino. Non accettava l’idea di vedere i suoi gruppi preferiti senza carpire ogni nota alla perfezione. E poi, era la data di presentazione del nuovo album di questa band che aveva tanto amato fin dagli albori e che ora, com’era successo a tanti altri fan, l’aveva un po’ deluso.

L’unico problema effettivo era il dove alloggiare a Milano. Altre volte, sempre in caso vi fossero stati concerti, si era mobilitato in quella tanto caotica quanto bella città. Aveva dormito da amici, in stazione con la ragazza, dalla cugina della ragazza e dalla propria cugina. Ma ora non aveva più l’appoggio degli amici o della cugina, tutti trasferiti. Né tanto meno sarebbe potuto andare dalla cugina della sua ormai ex ragazza. Fortuna vuole che il tanto sfigato Ictus aveva stretto una forte amicizia in Internet con un eccentrico ragazzino di 17 anni, un certo Chroma Key, conosciuto insieme alla madre di esso l’anno precedente in uno dei concerti più belli che entrambi abbiano mai visto: i Van Der Graaf Generator. In quella occasione Ictus si era avvicinato a quel tanto giovane ragazzino, affascinato da esso per il fatto che conoscesse un gruppo di tale portata, per chiedergli la scaletta eseguita quella sera (a quei tempi lo sfigato Ictus scriveva ancora su una rivista musicale, dopo poco fallita). Chroma, che si era accaparrato il tanto agognato dai fan pezzo di carta, si era segnato la sua mail e l’aveva contattato subito. Da quel giorno si erano sentiti quasi tutti i giorni parlando di musica, cinema, scambiandosi idee, incazzandosi anche per le divergenze, com’è logico che sia.

Un giorno Ictus, che frequentava un forum dei Linea 77 (non perché gli piacessero, ma perché la community, di cui faceva parte anche il fratello, Trip, era di suo gradimento). Era lì che aveva conosciuto una bellissima ragazzina di Milano: Vuz. Aveva pensato bene di “portare” anche Chroma su quel forum. Ed infatti i due (Chroma e Vuz), da allora, tra uno scazzo e l’altro, si sentono continuamente. Ma questa è un’altra storia.

Era deciso: Ictus sarebbe andato a Milano grazie all’ospitalità di Chroma Key.

Nei giorni precedenti Ictus era venuto a conoscenza di altri concerti interessanti a Milano: il MIAMI, un festival di musica e fumetti organizzato da Davide “Eltofo” Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti che, oltre a suonare e cantare nella band di Pordenone, è anche uno dei maggiori fumettisti italiani; Giulio Casale, uno degli artisti preferiti da Ictus, già visto da esso con il suo storico gruppo, gli Estra; Metallica, all’Heineken Jammin’ Festival. Su quest’ultimo concerto non era tanto convinto. Sarebbe stato un concerto distruttivo. Troppa gente. Troppo caldo. Ci si sarebbe pensato poi. Appena sentito di tutti questi concerti, Chroma aveva fatto i salti di gioia. Ictus alle volte non capiva, o forse non ci credeva (era convinto che a nessuno importasse qualcosa di lui, alle volte), l’attaccamento che Chroma dimostrava nei suoi confronti. Ma gli faceva tantissimo piacere. Lo rendeva felice ed a tratti malinconico. Ed anche spaventato. Spaventato di poterlo in qualche modo deludere. Non voleva in nessun modo perderlo.

Il lungo viaggio che dal suo paesino lo aveva portato a Milano non l’aveva spossato. Anzi. Si sentiva forte. Non gliene fregava di un cazzo. Si erano riconosciuti subito, con un solo sguardo. Chroma si stava indirizzando verso la metro, ma Ictus era fermo sulla sua decisione di prendere il taxi, sebbene il suo compare non capisse il perché di quella scelta. Forse un semplice capriccio. Erano arrivati in un attimo a casa, avevano posato le valige salutando la madre ed il fratello del ragazzino milanese ed erano ritornati alla stazione centrale (stavolta in metro) per incontrarsi con una ragazza conosciuta da Ictus su Internet che si trovava di passaggio a Milano: Artemisia. L’incontro era stato all’insegna dell’amicizia. Una sola mezz’oretta di chiacchiere e scherzi. Ma Artemisia forse non l’aveva accettato del tutto quel modo distaccato ma allo stesso tempo incalzante di Ictus. Forse era rimasta delusa da lui. Forse da se stessa.

Tornati a casa Ictus aveva insistito per fare lui la spesa e cucinare per tutti un piatto che amava tanto. Un piatto che aveva imparato, tempo prima, a cucinare per la cena di capodanno, l’unica, che aveva passato insieme alla sua ex. Una serata in cui aveva dedicato tutto se stesso al suo amore. E quando dico tutto forse voglio dire proprio tutto. Amore ed odio insieme. Ictus stava malissimo, lo sta ancora, per come tante volte aveva trattato la sua ex. Ma non riusciva a farne a meno. Ma non poteva farci nulla.

La famiglia meneghina sembrava gradire il piatto, accompagnato dal vino e da discorsi filosofici sulla vita, sulla religione, sul materialismo, introdotti dal fatto che la padrona di casa era di religione Buddista. Ictus, ateo convinto, non era scettico sulle pratiche religiose. Nella sua visione erano solo un modo diverso di spiegare il materiale. Meno deterministico e più deduttivo, esperienziale.

 

 

La ricetta:

 

-soffriggi cipolla, noci e pistacchi tritati;

-una volta soffritti mettici dentro salmone affumicato finchè non si cuoce;

-bagna con cognac o un altro alcolico (anche il vino bianco va bene);

-ad alcool asciugato butta pasta e tuorli d’uovo sbattuti e salta su fiamma alta.


Bacini & Rock'n'Roll!!!



Posted by IctusCAZZO at 22:11 - commenti (13) - link



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